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Gaza Freestyle: una chiacchierata sullo skateboard che resiste

Text Riccardo Zanirato

With Gaza Freestyle

Lo sport è vita, libertà, spensieratezza, fantasia, competizione, e molto altro ancora; potete chiederlo a qualsiasi ragazzina o ragazzino e vi daranno risposta gli occhi brillanti in cui si riflette la loro passione più grande.

Lo sport ci rende liberi. 

Liberi da qualsiasi cosa che ci costringe. Perché per un momento, anche solo un attimo in tutta la tua giornata, il tuo corpo è lì e solo lì, rapito da sensazioni magiche che mettono a tacere ogni altro pensiero.

Essere liberi di esprimersi attraverso il movimento è fondamentale per la crescita umana e non meno importante per mantenere una buona qualità di vita anche da adulti. 

Lo skateboard sin dalla sua nascita è la bandiera della libera espressione: personale, culturale ed emotiva. 

Il Freestyle che si fonde con il Lifestyle.

Eppure, oggi, non tutti i bambini nel mondo sono così fortunati da poter salire sopra una tavola con quattro rotelle e spingersi; quando e come vogliono e, soprattutto verso dove vogliono. Ci sono ancora bambini, bambine, ragazze e ragazzi per cui la libertà non può essere data per scontata, ma piuttosto deve essere ricercata giorno per giorno. Dal 1948, anno della proclamazione dello stato di Israele, ad oggi, nei territori palestinesi la quotidianità è stata sempre più dura. O forse, la vita stessa è diventata sempre più dura. La quotidianità viene ricercata con forza e dedizione in ogni singolo spiraglio di luce come l’istruzione e lo sport.

Alcuni volti italiani, credendo nei valori del freestyle, stanno portando avanti l’ambizioso progetto di aiutare i giovani palestinesi a costruirsi una realtà diversa dal perenne stato d’assedio, dalla guerra e dalle sofferenze, creando delle aree in cui la libertà ritorni ad essere un bene comune e la voglia di migliorarsi sia più forte di quella di abbandonare. 

I ragazzi di Gaza Freestyle, con badile, dedizione e sudore, hanno lavorato alla costruzione di uno skatepark e alla promozione di questo sport in un territorio che negli ultimi 50 anni non ha visto altro che guerra.

Ciao ragazzi, fate un po’ di luce su di voi, presentateci chi c’è dietro al progetto Gaza Freestyle.

Siamo umani, snowboarders, skateboarders, surfisti, bladers, circensi, writers, breaker, rappers, compagne, artisti, antisionisti, anarchici, lavoratori precari. In generale siamo una crew di presi bene con un obiettivo unico: mantenere viva l’attenzione e la solidarietà attiva verso la Palestina e tutti i popoli oppressi. La nostra struttura organizzativa fa capo al Centro Italiano di scambio culturale VIK e all’ONG ACS; d’altra parte senza il centro sociale Lambretta di Milano e le sue giovani forze il Gaza Freestyle Festival non esisterebbe. In ogni caso il collettivo GFF che comprende gli skateboarders, i writers, i circensi e più in generale i “freestylers” ha una pressoché totale autonomia decisionale e di movimento all’interno comunque di una struttura portante senza la quale non saremmo qui a rispondere alle vostre domande.

 

Con i vostri occhi, parlateci un po’ Gaza City

La striscia di Gaza è un fazzoletto di terra grande come la Brianza (47x7km), affacciato sul Mediterraneo che dal 2007 è circondato da muri alti 15m e profondi 20m. Tutto ciò che entra ed esce da laggiù è controllato dall’esercito israeliano: acqua, elettricità, medicinali, cemento… tutto. Immaginatevi la sala operatoria di un ospedale pubblico dove ogni mezz’ora salta la corrente. Di fatto questo brandello di Palestina è la più grande prigione a cielo aperto del pianeta con 1 milione e mezzo di persone. L’unica differenza tra Gaza e l’Asinara è che la prima è popolata da una popolazione carceraria di fatto innocente: basta citare wikipedia per confermarlo “Gaza ha una popolazione molto giovane, con circa il 75% di età inferiore ai 25 anni”. 

Questa descrizione potrebbe già bastare per inquadrare una sorta di inferno sulla terra, ma i guai non finiscono qui. La striscia di Gaza negli ultimi due decenni è stata bombardata da cielo, terra e mare, ripetutamente. Tanto per citare due operazioni devastanti: 

Piombo fuso nel 2009 

Gaza appariva un campo di rovine: tra 1166 e 1417 morti il bilancio delle vittime tra i palestinesi, e moltissime le perdite registrate tra i civili; 13 gli israeliani morti, 10 militari e tre civili”, Treccani 

Margine di protezione nel 2014

“…i bombardamenti e le incursioni via terra dell’esercito israeliano hanno causato la morte di più di 2.200 palestinesi, di cui 1.462 civili, un terzo dei quali bambini. I razzi e i colpi di mortaio lanciati dai gruppi armati palestinesi nel territorio israeliano hanno ucciso 73 israeliani, tra cui sette civili”, Internazionale. 

Entrare a Gaza significa attraversare un confine blindato lungo un chilometro che separa il mondo da un milione e mezzo di ragazzi e bambini, costretti a resistere per vivere. 

“Essendo noi follemente innamorati dello snowboard e dello splitboarding, cerchiamo di riportare nei nostri prodotti quello che poi vorremmo avere sotto i nostri piedi tutte le volte che usciamo.”

Come e quando è nata l’idea di uno skatepark a Gaza?

Il progetto “freestyle” deriva direttamente dal lungo percorso di solidarietà attiva che unisce una buona parte dei movimenti italiani cosiddetti “antagonisti” alla questione palestinese. Nello specifico all’interno di una “carovana di solidarietà”, coordinato tra il centro sociale Lambretta e il centro VIK, alcuni snowboarder della AVOID crew hanno avuto l’idea di portare degli skateboard e realizzare una minirampa in legno, con l’obiettivo di coinvolgere i ragazzi di Gaza. Dalle prime rampe in legno, con l’ampliarsi della crew e delle sue competenze, si è giunti all’idea di costruire un vero e proprio skatepark in calcestruzzo armato. Tuttavia l’idea di far crescere le opportunità di praticare le discipline del “freestyle” a Gaza deriva direttamente dai giovani della città, che palesano con la loro determinazione la voglia di esprimersi liberamente. La presenza di una crew importante come i PK Gaza (parkour), la  grande diffusione delle discipline dell’hip hop (rap, mc, breakdance, dj) e un grandissimo numero di acrobati nati e cresciuti in strada, fanno della Striscia un luogo molto fertile per la diffusione delle discipline del “freestyle”. 

 

Quali sono state le difficoltà più grandi che avete incontrato in questo percorso?

Gaza ha un grande potere sulle persone che la attraversano: la sopravvivenza in quei luoghi non è affatto scontata, comprendere e fare propria questa realtà ti aiuta a ridimensionare la definizione di facile o difficile. Detto questo tra diarree fulminanti da flebo, acqua inquinata, poliziotti infastiditi, interrogatori israeliani interminabili, perquisizioni in mutande, inshalla, betoniere che non arrivano e bambini impazziti abbiamo comunque dovuto affrontare una bella enciclopedia di problemi. 

 

La scena skateboard italiana vi ha supportato in qualche modo?

La comunità degli skateboarder che negli anni siamo riusciti a “raggiungere” continua a crescere, ma una cosa è certa: fin da subito abbiamo percepito un supporto reale, una solidarietà genuina, una comprensione sincera nei confronti della condizione di Gaza. L’Italia è un paese in cui volente o nolente si è parlato tantissimo di Palestina, e molti tra gli skateobarders più anziani, abituati a cercare o costruire strutture nei centri sociali (o finendoci qualche volta a perdere denti nel pogo) probabilmente non hanno dimenticato. D’altra parte anche le generazioni più giovani si sono dimostrate molto attente alla questione. Di fatto in questi ultimi mesi del 2020 la comunità degli skateboarder ha fatto il botto: abbiamo raccolto così tanto materiale che stiamo organizzando un container per mandarlo giù a Gaza!! E’ abbastanza commovente respirare, tra i cartoni di materiale nuovo e usato, la presa bene di tanti “compagni a rotelle” che hanno pensato e deciso: “massì sta tavola la metto in mano a quelli del GFF!”…anzi.. facciamo una cosa: 

Grazie mille Blast Distribution, Zucka Bboys, Dumb Skateboards/Samurai Suicide, The Beer Corner/Watto’s Supply, Intrappola, Soncont, The Good push alliance, Skateistan, Bastard masters, Chef Family, Lambrothers Crew, Pigeon Family, tutti i local di MC, Sons of Bladers, Skateboarding Finest, Spaghetto Child, Playwood Distribution, The Skateshop, Pleasure, Tony Marello, Settestrati shop, Pro Sport, Contaminated Shop, Eightball shop, Blunt/Ale’s shop, Pepper shop, Yeah Skateboards, Neanderthal Skateboards, Carletto Lalumera, Jacopo Carozzi, Pat di Blast Distribution, Cesare, Jeppo, Max, Bas, Jason… siete molti di più… continuate ad infamarci sui social che piano piano mettiamo insieme la lista completa!!!

Avete avuto subito una risposta dai giovani gazawi, o c’è stata diffidenza verso il freestyle?

Diffidenza non è esattamente una parola che si possa utilizzare nel contesto delle relazioni tra il Gaza Freestyle Festival e i giovani gazawi. Immaginate una masnada di ragazzini nati, cresciuti ed imprigionati in una metropoli di 2 milioni di abitanti, che non vedono mai nessuno che provenga anche solo da pochi chilometri di distanza… immaginate che arrivi una mandria di skateboarder, giocolieri, anarchici, circensi, graffitari, rapper e chi più ne ha più ne metta… Insomma, per loro siamo come il circo nel deserto, quindi nessuna diffidenza. D’altra parte le culture dell’underground sono sempre fiorite nei contesti delle lotte palestinesi, dunque nemmeno Gaza era del tutto estranea al “freestyle” prima del nostro arrivo. Certo il nostro contributo (specie per quanto riguarda una “in-disciplina” come lo skateboarding, che necessita di materiali che devono per forza di cose arrivare da “fuori”) è stato fondamentale per aprire porte e spiragli che altrimenti sarebbero rimasti chiusi. In questi anni abbiamo visto i progressi di molti ragazzini che, nonostante la dittatura di Hamas e tutte le sue rigide regole, cercano spazio e tempo per lo skateboarding. Non è facile vivere a Gaza, figuriamoci skateare! 

 

Costruire uno skatepark, il progetto, il cemento e soprattutto procurare gli skate. Non sarebbe stato più facile un altro sport?

Uno skatepark non è altro che la compressione spaziale delle geometrie nascoste della metropoli: una piazza dalle forme complesse armonizzate secondo una logica “a rotelle” per consentire linee pulite. In questo senso gli skatepark sono un “invito” ad esplorare i meandri della metropoli alla ricerca di ostacoli inaspettati, nuovi, pesi, chillati, belli ma blandi, brutti ma soddisfacenti. La ricerca dello Spot è un percorso analitico che porta ad individuare i punti chiave della trama che struttura il tessuto urbano: in quanto tale questo processo di osservazione della realtà, libera in qualche modo la mente dai rigidi schemi imposti dalla “civiltà metropolitana” (forse inciviltà è un termine più adeguato). Se una panchina o una scala riescono a divenire occasioni per sfidare se stessi, allora anche all’interno di una prigione a cielo aperto di 365 chilometri quadrati potrai forse ritagliarti dei frammenti di libertà… Detto questo il GFF è una crew di compagni composta in buona sostanza da invasati del freestyle: siamo skateboarder, snowboarder, giocolieri, writer, rapper o più semplicemente gente che ama la “strada”, nella sua accezione più Umana… non potevamo desiderare per Gaza nient’altro che uno skatepark. 

 

I più adulti, come hanno guardato questo progetto?

La società palestinese è stata ed è una delle più “progressiste” tra i paesi del mondo arabo, ciononostante decenni di oppressione e di guerra unite all’avanzare costante degli estremismi religiosi, hanno contribuito a cambiare l’approccio palestinese verso l’occidente e le sue culture. Quindi non si può affatto negare come la nostra presenza provochi in certi casi dei malumori tra gli adulti: detto questo lo skateboarding è fortunatamente ancora lontano dall’essere percepito come una disciplina sportiva vera e propria, e dunque la maggioranza delle persone è incuriosita dalla novità e non prende una posizione favorevole o contraria. 

Vediamo dalle foto che gli skater frequentano il posto, è già un bellissimo traguardo, si vedono anche trick?

Le prime tavole che la Striscia di Gaza ha visto attraversare i suoi confini blindati sono arrivate 7 anni fa grazie al GFF: è forse presto quindi per aspettarsi di vedere manovre eclatanti. Detto questo i nostri amici più cari laggiù si dedicano alla pratica con grande costanza e ci tengono sempre aggiornati sui loro progressi. Senza entrare nei dettagli possiamo dire che se lo skateboarding fosse un fiore, ad oggi starebbe iniziando a sbocciare a Gaza: per la fioritura vera e propria bisognerà aspettare ancora qualche anno. 

Per quanto riguarda invece i bladers la questione è del tutto diversa: i pattini erano già molto presenti nella Striscia prima del nostro arrivo e tra i ragazzi che praticano questa disciplina i trick si vedono eccome. Da quest’anno infatti abbiamo iniziato una collaborazione con i SONS OF BLADE (??????) una crew storica con centro a Milano che ha immediatamente sposato il nostro progetto e che forse ci accompagnerà a Gaza nel prossimo futuro. 

 

La questione palestinese potrebbe avere una maggiore attenzione grazie alla visibilità data dallo sport?

Crediamo che sia le pratiche sportive vere e proprie, sia le indiscipline provenienti dalla strada siano forme di espressione individuale o collettiva. In quanto tali esse comunicano, parlano, raccontano l’umanità attraverso gli atleti, che di fatto hanno più visibilità grazie al loro impegno e al loro talento. Nel mondo dei media onnipresenti e della socialità in rete ogni parola scritta o pronunciata da chi ha “visibilità e followers” risuona centinaia, migliaia o milioni di volte. Basti pensare al ruolo propulsivo che un grande atleta come Colin Kaepernick, con il suo gesto di “inginocchiarsi” durante l’inno nazionale (che risuona prima di ogni partita), ha avuto all’interno del movimento Black Lives Matters. Crediamo nella responsabilità politica di ogni singolo essere umano: chi non prende posizione scappa dall’atto di “scegliere”. Distinguere l’umano dal disumano spesso non è così complicato… e una volta visualizzato il disumano, l’atto di tacere diviene un gesto di assenso. Chi si esime dalla scelta vive a metà. 

 

State dando a tanti giovani la possibilità di guardare al futuro; il vostro sguardo al momento dov’è rivolto?

Per prima cosa ci stiamo organizzando per tornare a finire lo skatepark iniziato l’inverno scorso (2019-2020): una serie di problemi ci hanno impedito di concludere la missione. D’altra parte il nostro gruppo si allarga e si consolida ogni volta che riusciamo a superare un ostacolo o una crisi: sono ormai più di sette anni che andiamo e torniamo da Gaza tra tavole, tricks e risate genuine. Il nostro sguardo non può che mettersi a fuoco sul presente, sulla prossima mossa che ci darà le chiavi necessarie ad aprire le porte successive. Le nostre visioni sul futuro parlano di viaggi in terre lontane, di nuove sfide, di altre domande e di un orizzonte infinito di possibilità trainato esclusivamente dalla scelta che facciamo in ogni momento, dichiarando a testa alta che resistiamo schierati dalla parte della Palestina. 

Come diceva Vittorio Arrigoni, Restiamo Umani!

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