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Petranboard

By Achille Mauri

Avevamo lasciato la rumorosa capitale turca da ormai una settimana. Con Istanbul lontana, il dissolversi delle esigenze cittadine cominciava a sfumare. Stavamo bene, i nostri ritmi erano regolari e dettati dal re sole d’inverno. Io ed Elena, la mia compagna, eravamo alla ricerca di avventure locali.

Ricordo bene il momento dove abbiamo deciso di andare a Petran. Stavamo guidando paralleli al grigio mar Nero il nostro furgone t4 California, portato mesi prima da Milano e depositato a Istanbul durante tutta l’esperienza lavorativa di Elena, con l’ennesimo chai abbinato al rifornimento di gasolio e il metodico scrocco di wi-fi quando abbiamo letto questa notizia: “The people of Petran, Turkey, have been snowboarding for roughly 300 years…”

 

Ricordavo un video che vidi tempo fa sul canale Vimeo di Patagonia che raccontava l’incredibile storia di contadini Turchi che approcciavano il mondo del “discesismo” sulla neve con un singolare attrezzo in legno per ottimizzare la discesa una volta portato il gregge a far pascolare.

 

Subito il mio entusiasmo riguardo questa notizia fu eclatante, e cominciai a capire assieme a Elena quanto fosse di strada questa irrinunciabile mecca dello snowboard. Lei, diligente e accurata nella scelta degli itinerari – capacità ereditata dal padre – pianificò il nostro arrivo nel giro di 3 giorni. Così partimmo da quella anonima gas station con un obiettivo: andare a Petran a scoprire il petranboard.

 

Il furgone, per quanto “funky” e sportivo nell’aspetto aveva delle limitazioni sui percorsi di montagna, vista “l’età” e i singhiozzi avuti nei mesi precedenti (rotto testata del motore in Albania e fuori funzione la quinta marcia da Istanbul) e necessitava quindi di essere preparato per la meta di Petran, trovandosi a 1450 msl.

Così andammo a cercare gomme da neve, catene e tutto il necessario per una eventuale “lotta con l’alpe”. La volontà di raggiungere quella meta era comunque indiscutibile, e con noi avevamo sci e splitboard con pelli di foca: ci sentivamo invincibili. Approcciamo la salita e tornante dopo tornante la neve sulla strada cominciava a infittirsi rendendo sempre più rischioso e vicino il punto di stop. “Cielo” – nome di battesimo del nostro furgone – ha comunque regalato prestazioni inaspettate, rampando per diversi tornanti dall’aspetto terrificante.

 

Calmi e fiduciosi, parcheggiammo a lato di un tornante: da qui si sarebbe continuato a piedi. Ele ai fornelli, in meno di un’ora avevamo la pancia piena, pelli assemblate e zaino pronto per una gita verso questa meta per noi ormai sacra. Neanche il tempo di chiudere la macchina e un fuoristrada – molto più prestante di Cielo – ci passò affianco con a bordo un Turco, distinto e fumatore.

 

“Merabah”, il suo volto era stranito dal nostro look alieno pronto ad andare sulla luna. Con un semplice gesto della testa ci indicò di salire, Elena entusiasta più che mai del passaggio locale si catapultò in macchina. Io rimasi nel cassone del fuoristrada per cercare di fotografare qualcosa e vedere più nitidamente il mutare del paesaggio. Lei, che ha una dipendenza dalle storie delle persone, rimase in macchina a parlare con il signore.

 

Il tempo era pessimo e man mano che salivamo entravamo nella fitta nebbia, quindi la mia idea di rimanere fuori non fu un successo, inoltre anche Ele non aveva scoperto troppe cose di quest’uomo un pò taciturno ma dall’energia molto pacifica. 30 minuti di strada e finalmente arrivammo a Petran.

“La volontà di raggiungere quella meta era comunque indiscutibile, e con noi avevamo sci e splitboard con pelli di foca: ci sentivamo invincibili.”

La visibilità era nulla. Lui parcheggiò la macchina in prossimità di una falegnameria, e ci portò a casa sua dove Fatma, sua moglie, ci accettò con un’accoglienza da Guinnes dei Primati. Chai, sguardi e qualche parola riguardo il nostro viaggio, bastarono per capire che erano buonissime persone, curiose e semplici nel loro vivere. Poche abitanti vivono a Petran durante l’inverno e loro

erano alcune di queste.

 

Subito gli diciamo il motivo che ci ha spinto a venire fin lì e non sono affatto sorpresi. La storia del Petran è diventata abbastanza famosa nell’ultimo periodo e diverse persone hanno visitato quell’area così remota del Kachatr grazie a questa stravagante attrazione.

 

Senza neanche avere troppo tempo per decidere ci ritroviamo ospiti per la notte di questa dolce coppia turca. Abbiamo anche un ospite a cena, più giovane, con le mani di chi lavora il legno.

 

La mattina seguente il cielo era limpido e la neve caduta durante la notte aveva ricoperto le poche tracce umane di quel paese. Faceva molto freddo, vedevamo il sole ancora lontano nelle distese valli Turche. Così ci armammo del nostro moderno materiale di salita e cominciammo a camminare verso l’alto prima penetrando il paese e poi osservandolo da sempre più sù.

 

La nostra intenzione era tornare nel giro di qualche ora, anche se la giornata e la neve erano perfette per andare a fare qualche cima. Era una di quelle rare volte dove la scoperta era il punto di partenza e non necessitava andare più in alto di così alla ricerca di qualcosa. Le montagne hanno le capacità di creare delle culle di tradizioni che non si basano sulle vette ma sull’arena che esse creano.

 

Petran è uno di questi casi.

Ore 10.30 eravamo di nuovo a Petren. Fatma e Pietro ci aspettavano per l’immancabile chai. A questo punto la mia voglia di vedere quell’oggetto del passato era troppa da contenere e cominciai ad essere insistente nei loro confronti.

 

Il giovane uomo della sera prima arrivò dal mezzo del paese con un petranboard sotto il braccio. La semplicità dell’oggetto era fenomenale: un asse di legno con due stopper per i piedi posti perpendicolarmente alla direzione della tavola, senza nessun tipo di sciancratura o lamine per la conduzione. Il tutto veniva gestito da una cordicella con un manico in legno all’estremità anteriore che tenuto in mano durante la discesa deformava il legno evitando infossamento: geniale.

 

Ora dovevano averne due per insegnarci veramente, quindi andammo nella falegnameria dove era parcheggiata la macchina. Un atelier rustico ma molto curato nella suddivisone delle fasi di costruzione del petranboard. Dopo una gesticolata spiegazione di come viene assemblato questo oggetto ci incamminammo verso monte alla ricerca di qualche facile pendio.

 

A quel punto la macchina fotografica venne donata ad Elena che saltellava qua e là alla ricerca del miglior scatto che ci rappresentasse in questo momento ludico senza precedenti. Erano anni che non provavo così tanto gusto nel compire un atto tanto semplice. Durante i primi tentativi ero chiaramente in difficoltà perché cercavo di frenare curvando alla ricerca delle spigolo: errore! Tutta la frenata del petranboard si basa sulla pressione delle parte posteriore, sia con il peso che con l’ausilio del bastone – utilizzato anche per domare i pascoli di vacche.

La morbidezza del falegname nel disegnare linee nella sua città con un oggetto che viene dalle sue piante e creato da lui era pura armonia illibata. Tutto era così soave e nativo, la sua visione del pendio era completamente differente da qualsiasi persona che approccia il discesismo nel mondo occidentale.

 

“Tutto è permesso, sempre salva la fantasia”, scriveva Carlo Mollino.

 

Abile sperimentatore di delle tecniche di discesa, che se avesse visto questa scena avrebbe sicuramente preso spunto per chissà quale definizione surreale. Alla fine lui ha abbandonato il campo da gioco, ed io ho continuato sotto la l’onnisciente lente di Elena che intrappolava un mio fanciullino momento. Lei mite e rispettosa, ha aspettato a provare il Petranboard solo alla fine, ricevendo gli applausi da tutto il paese per le sue straordinarie e lì insolite abilità sportive.

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